Cos’è l’innovazione

Il fatto che possa iniziare con un’invenzione può far pensare che l’innovazione sia un’idea simile a una scoperta, magari geniale, che si esaurisce in breve. In realtà non è così. Come vedremo l’innovazione, per definirsi tale deve portare a una realizzazione e a una diffusione significativa nella società, nel mercato o nell’organizzazione. La capacità di lasciare il segno nella vita delle organizzazioni e delle persone – profondo o parziale, drastico o progressivo che sia – è la caratteristica fondamentale del processo che chiamiamo innovazione.
Alcuni autori tra la prima e la seconda metà del Novecento hanno messo in luce alcuni concetti di base dell’innovazione: quello di processo e cambiamento sociale e di funzione fondamentale del linguaggio e della comunicazione sottolineato da George Herbert Mead; da Joseph Schumpeter quello articolato di distruzione creativa; da Herbert Alexander Simon è evidenziata l’importanza dei processi decisionali, della razionalità limitata e delle soluzioni sufficientemente buone, della rilevanza delle nuove tecnologie nei processi innovativi Tibor Scitovsky nel suo libro Joyless Economy introduce uno sguardo critico sugli effetti dell’innovazione: non sempre i percorsi innovativi sono positivi soprattutto quando sono introdotti solo in chiave di efficienza e di mercato a detrimento di bisogni reali e di creatività. Infine, Berlyne evidenzia le componenti psicologiche e cognitive della curiosità epistemica, distinguendo tra quella specifica e quella diversiva: secondo lui l’innovazione e la creatività sono spinte da livelli equilibrati di stimoli e di arousal e sollecitate da fattori di riconoscimento emotivo e cognitivo.
Secondo Scott Barry Kaufman e Carolyn Gregoire, autori del libro La mente creativa: misteri e paradossi, mentre l’innovazione è l’abilità di trasformare idee nuove in realizzazioni, la creatività è la capacità di generare idee nuove. Tuttavia, anche nel caso della creatività non si tratta di una specie di illuminazione ma di un processo complesso costituito da (almeno) 10 componenti che interagiscono vicendevolmente. Merita qui ricordare che molti di questi fattori come la curiosità, la motivazione intrinseca, la tolleranza al fallimento, la flessibilità cognitiva , l’intelligenza sia cognitiva sia emotiva, l’immaginazione devono essere necessariamente integrate da disciplina e impegno e stimolate dal supporto e dalla collaborazione sociali. La rigidità di pensiero, la paura del fallimento, l’adesione a canoni conformisti possono seriamente ostacolare lo sviluppo di una cultura della sperimentazione, la crescita del lavoro di squadra e dello spirito di adattamento ai cambiamenti.
Il ruolo della psicologia

Nel contesto attuale, segnato da un’evoluzione tecnologica sempre più rapida, anche la psicologia è chiamata ad ampliare il proprio sguardo. Le innovazioni digitali che incidono su comportamenti, relazioni, benessere e identità individuale non sono più solo una questione tecnica: sono anche, e soprattutto, una questione umana.
Per questo motivo, gli psicologi non possono limitarsi a osservare da fuori. È fondamentale che partecipino attivamente alla progettazione e allo sviluppo delle tecnologie che hanno impatti diretti sulla sfera psichica e relazionale delle persone. Non si tratta di sostituirsi a ingegneri o informatici, ma di affiancarli, portando competenze specifiche sulla mente umana, sulle dinamiche sociali e sui processi di cambiamento.
Lasciare che strumenti digitali dedicati al benessere psicologico vengano sviluppati senza un contributo psicologico rischia di produrre soluzioni poco efficaci o, peggio, non consapevoli delle reali esigenze delle persone. Integrare il pensiero psicologico nei processi di innovazione significa contribuire a tecnologie più etiche, accessibili e sostenibili. È un’opportunità per la professione, ma anche una responsabilità: oggi, la psicologia ha il compito di portare umanità nei luoghi in cui si costruisce il futuro digitale.
Le implicazioni psicologiche del cambiamento e della digitalizzazione

L’innovazione porta con sé promesse di progresso e miglioramento, ma con esse non mancano mai le profonde paure legate alla perdite di punti di riferimento, alla destabilizzazione degli schemi abituali e all’incertezza verso il futuro. Siccome l’essere umano tende a privilegiare tutto ciò che è conosciuto e prevedibile, l’enorme evoluzione che stiamo vivendo tutt’oggi soprattutto in ambito digitale ci mette nella posizione di dover affrontare delle sfide importanti. Vi è la percezione che gli equilibri vengano a mancare, talvolta si genera diffidenza, altre volte allarmismo. Ma al di là dei sentimenti, è doveroso analizzare i fenomeni con occhio critico e affidarsi a riflessioni basate su dati ed evidenze.
Negli ultimi decenni, abbiamo assistito all’esordio e alla repentina evoluzione dei social media, che hanno trasformato profondamente il nostro modo di vivere, comunicare e relazionarci. Questo nuovo strumento è diventato una presenza costante nella vita delle persone. Si trasforma velocemente e ormai il suo utilizzo si è esteso praticamente ovunque. Tutto ciò non ha dato il giusto tempo per riuscire a comprendere e delineare con chiarezza ciò che comportano i social media a livello psicologico e sociale, spesso facendoci arrivare a conclusioni infondate basate su ragionamenti basati sulle sensazioni, più che sui dati. E’ infatti emersa una crescente preoccupazioni sul benessere psicologico per gli utenti di queste piattaforme. Tuttavia, per riuscire davvero a comprendere l’impatto di questi strumenti, è necessario abbandonare sia l’entusiasmo acritico sia il catastrofismo, adottando invece uno sguardo più equilibrato ma soprattutto più complesso e profondo.
Onlife

La realtà che conosciamo è il frutto di un continuo processo di trasformazione, in cui le tecnologie create dall’uomo giocano un ruolo fondamentale. Esiste infatti un rapporto di reciproca influenza che le tecnologie digitali hanno già iniziato, ridisegnando il nostro ambiente, modificando non solo il mondo in cui viviamo, ma anche il modo in cui lo percepiamo e lo interpretiamo. Questo processo di ridefinizione è dinamico: ogni nuova innovazione digitale rielabora e rinnova il nostro legame con la realtà.
La maggior parte della popolazione è abituata a incontrarsi e fare shopping online: ognuno di noi vive costantemente onlife, una vita che non distingue più tra online o offline.
“La rivoluzione agricola ha impiegato millenni per essere assorbita, quella industriale secoli, il digitale anni. È inevitabile un minimo ritardo. Il vero divario non sta tra chi dispone delle tecnologie e chi no, ma tra chi ha una cultura del digitale e chi non l’ha. Serve un periodo d’adattamento e l’avremo, perché una nuova trasformazione, così radicale, non è imminente. Non succede spesso di scoprire un nuovo continente”.
Così Luciano Floridi risponde alla domanda se siamo pronti o no a questa nuova evoluzione. Ed è proprio con l’analisi di un suo lavoro che proveremo a colmare questo divario, stimolando la riflessione critica sulle nuove sfide della società iperconnessa, senza paura, ma con fiducia e creatività.
